Il bluff del governo sull’incandidabilità

7 dicembre 2012 in Politica

Era tutta una finta, come previsto e come prevedibile. Il decreto legislativo sulle liste pulite è solo una rete bucata, nelle cui maglie alle fine non resterà impigliato quasi nessuno dei tanti condannati, imputati e indagati che oggi siedono in Parlamento. Insomma, la montagna ha partorito un altro insignificante topolino, un provvedimento inutile ed inefficace come inutile ed inefficace, se non dannosa, è la legge anticorruzione.

In sintesi, il decreto approvato dal Consiglio dei ministri stabilisce la non candidabilità a senatore, deputato, europarlamentare, membro del governo o di giunte regionali, provinciali e comunali di chi è stato condannato con sentenza definitiva a pene superiori ai due anni per reati gravissimi (come mafia e terrorismo), per reati contro la Pubblica amministrazione (ad esempio corruzione, concussione, peculato) e per reati legati a delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali è previsto il carcere non inferiore nel massimo a 4 anni.

Bene, anzi male. Male per due motivi immediatamente evidenti. Il primo è che prevedendo l’incandidabilità solo per condanne definitive si ritiene normale e legittimo che possa entrare in Parlamento chi è stato condannato in primo o persino in secondo grado per reati come l’omicidio, lo stupro, la rapina o la strage di Stato. Si dirà che la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva è sacrosanta, ed è vero, ma è anche vero che se uno si candida a rappresentare il popolo o gestire la cosa pubblica deve essere al di sopra di ogni sospetto. Il secondo motivo è che i reati tipici di chi fa politica o ha incarichi di governo a qualsiasi livello sono corruzione, concussione, voto di scambio, abuso in atti di ufficio ed altri. Tutti reati che o sono stati quasi del tutto depenalizzati (il falso in bilancio) o sono a prescrizione praticamente certa, tanto più dopo l’approvazione della pessima recente legge anticorruzione, o, ancora, tra uno sconto di pena e l’altro difficilmente determinano condanne superiori ai due anni.

Va aggiunto pure che l’incandidabilità non è ‘per sempre’, ma ha effetto per il doppio delle pene accessorie ricevute, e che può essere cancellata attraverso una richiesta di ‘riabilitazione’ da presentare al tribunale di sorveglianza. Ma c’è un’altra cosa gravissima in questo inutile decreto: se un condannato in via non definitiva si candida e viene eletto in Parlamento, non decade automaticamente qualora la sentenza, durante il suo mandato, diventasse definitiva. No, saranno le Camere di appartenenza, con le rispettive giunte per le elezioni, a decidere. Facile immaginare come andranno le cose.

Detto tutto questo, per avere la conferma che si tratta solo di una presa per i fondelli basta considerare che tra gli attuali parlamentari alle prese con la giustizia solo un paio si ritroveranno le porte del Parlamento sbarrate. Tutti gli altri,  tra una scappatoia e l’altra, saranno tranquillamente candidabili con buona pace di chi invoca liste davvero pulite. Noi siamo tra questi e infatti ci siamo sempre battuti perché i condannati, anche in via non definitiva, non siano candidabili, per l’elementare considerazione che la responsabilità politica presuppone necessariamente una limpidezza assoluta.

Il decreto del governo, ammesso che riesca a trovare davvero applicazione già alle prossime elezioni, è invece una sorta di lasciapassare per i condannati che già sono nel Palazzo o che aspirano ad entrarvi. E c’è pure la fregatura che saranno candidabili con l’ombrello di una legge che li mette al riparo da qualunque obiezione. Insomma, peggio di così…

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