L’Eni perde il pelo ma non il visto

7 febbraio 2013 in Economia

L’Eni perde il pelo ma non il vizio. Ve la ricordate la madre di tutte le tangenti, il sistema dei fondi neri per i partiti nel ’92, ai tempi di Mani Pulite? Adesso possiamo dire, con contezza di causa, che quei tempi sono tornati. Oggi l’Ad di Eni Paolo Scaroni è indagato a Milano con l’accusa di aver pagato una tangente di 197 milioni di euro ad esponenti politici algerini per vincere un appalto da 11 miliardi di dollari.

Paolo Scaroni, per chi non lo ricordasse, era stato colto con le mani nella marmellata anche nel 1992, fu arrestato e, nel ’96, patteggiò un anno e quattro mesi. Una personcina così perbene, dopo oltre venti anni, invece di essersi ritirato a vita privata, è ancora sulla breccia ed è uno degli uomini più potenti del Paese.

Ora  è stato colto nuovamente con le mani nella marmellata. La magistratura chiarirà se si è sporcato le dita o meno, ma la notizia dell’indagine in corso ci spinge a fare qualche riflessione.

Appena due giorni fa il presidente della Corte dei Conti, Giampaolino, per l’ennesima volta, ha denunciato il fenomeno della corruzione come sistemico. Dopo i fatti di Mps, quelli di oggi lo confermerebbero. Una buona parte del mondo politico, quella cioè che gestisce centri di potere e ha poteri di nomine, è parte integrante di quel sistema. I cittadini sono quelli che pagano, sempre, perché nonostante la privatizzazione una parte di Eni è rimasta sotto il controllo pubblico.

Infine un’annotazione di carattere politico. Stiamo chiedendo da anni una legge anticorruzione seria. Come Italia dei Valori abbiamo presentato disegni di legge, emendamenti, mozioni, siamo scesi in piazza, abbiamo scritto. Insomma, le abbiamo provate tutte. Eppure, dopo 20 anni, il sistema delle tangenti in Italia non solo non è stato debellato, ma è cresciuto. Oggi la corruzione ruba ai cittadini italiani almeno 60 miliardi di euro l’anno.

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