Il 2 giugno e la difesa della Costituzione

5 giugno 2013 in Politica

Domenica 2 giugno, e la data è un segno inequivocabile, “Libertà e Giustizia” ha organizzato a Bologna una iniziativa pubblica chiamandola “non è COSA VOSTRA”, a cui il Movimento 139 ha aderito.

Sì, la Costituzione della nostra Repubblica non appartiene ad un Parlamento ormai depotenziato da una legge elettorale orribile e da inciuci vari che hanno spostato il vero potere in capo al Presidente della Repubblica ed al Governo.

Il potere delle oligarchie, quelle che, non riuscendo a fare gli interessi degli italiani, per perpetuare se stesse fanno il proprio interesse alla faccia degli italiani. Cambiano gli scenari, ma gli uomini del potere, gira e rigira, sono sempre gli stessi, al governo, nella burocrazia, nella economia, nella stampa.

In parlamento ci sono stato sette anni, un arco di tempo sufficiente per comprendere come il lavoro delle Camere giri spesso a vuoto, nonostante l’impegno full time di tanti deputati e senatori (non troppi in verità) che comprendono l’importanza e la unicità del Parlamento in una democrazia moderna.

La mia esperienza mi suggerisce alcune soluzioni concrete, senza scomodare saggi, convenzioni e tavoli della concordia di varia natura, per un’Italia diversa in cui la qualità della vita possa migliorare. Protestare non basta, bisogna andare oltre e proporre qualcosa di utile.

1. L’Italia ha bisogno di ripartire e per farlo deve ridiscutere con l’Europa il “fiscal compact”, o patto di bilancio europeo, che gira intorno all’abbattimento del debito e al principio del pareggio di bilancio inserito nella costituzione dei singoli stati. Sul tema vi è la contrarietà di molti ed autorevoli premi Nobel per l’Economia, tra loro Paul Krugman ha affermato che inserire in Costituzione tale principio potrebbe portare alla vera dissoluzione dello Stato sociale. Ed infatti l’Italia nei prossimi anni a causa di un acronimo per nulla rassicurante (MES, Meccanismo Europeo di stabilità) deve versare all’Europa 125 miliardi di euro in 5 anni, ripagare il debito pubblico al ritmo di 40/50 miliardi l’anno e al tempo stesso mantenere il pareggio di bilancio.

Non servono i pellegrinaggi dei nostri Presidenti del Consiglio a Berlino, Bruxelles, Londra o Parigi per la ripresa economica se le casse sono tristemente vuote e non si hanno idee valide perché a sostenere il governo in maggioranza ci sono forze politiche che non sono d’accordo su nulla.

Quando lo dicevo nell’Aula del Senato che era una follia obbedire senza discutere alla Troika europea,  mi davano dell’antieuropeista. Oggi sono tutti fulminati sulla via di Damasco. Forse è tardi, ma si deve provare con autorevolezza.

2. Prima il governo Napolitano-Letta-Alfano cade, meglio è. Capiamoci bene, se con provvedimenti mirati l’Esecutivo favorisse l’occupazione, risolvesse il problema degli esodati, riducesse l’imposizione combattendo l’evasione fiscale, facesse una lotta senza quartiere alla corruzione, trovasse almeno 30 miliardi di euro per far ripartire piccole e medie imprese e alleggerire il carico fiscale su lavoro e famiglie, utilizzasse al meglio il nostro patrimonio pubblico per far ripartire l’economia, brinderei pur essendo astemio. Invece solo annunci, anatemi a chi ne ostacola il non-lavoro, sdilinquimenti della stampa di regime ed un gran parlare di riforme.

3. A proposito di riforme, appare evidente che, vista la assoluta insipienza del Governo e la sostanziale inutilità dei partiti che lo sostengono, come arma di distrazione di massa qualcuno ha pensato di passare al saccheggio della Costituzione. Orbene, affermo da tempo, e nella scorsa legislatura ho presentato disegni di legge al riguardo, che occorre solo un restyling ben fatto della nostra Costituzione. Fine del bicameralismo paritario e creazione del Senato delle Autonomie, dimezzamento dei parlamentari, referendum abrogativo senza quorum, modifiche dei regolamenti di Camera e Senato. Sui regolamenti poche e chiare regole: il lavoro legislativo si fa nelle Commissioni riportando in Aula solo taluni e ben individuati provvedimenti, tre corsie distinte e tempi definiti per i provvedimenti legislativi (una per il governo, una per la maggioranza e l’altra per le opposizioni), limitazione della decretazione d’urgenza in presenza di una autonoma corsia per gli atti del governo, gruppi parlamentari costituiti solo ad inizio legislatura per risparmiare sulla dotazione finanziaria ed impedire la compravendita di deputati. Punto e basta. Altro che la revisione pressoché integrale della seconda parte della costituzione da piegare agli interessi di pochi, semipresidenzialismo ed altre brutture del genere.

4. La nuova legge elettorale non è più rinviabile. Non servono atti di manutenzione minimalista del porcellum. Basta con le ipocrisie, occorre tornare subito al mattarellum, mix di maggioritario (75%) e di proporzionale (25%) come richiesto da 1.200.000 cittadini che hanno firmato per il referendum abrogativo del porcellum. Ha funzionato per due legislature (1996-2001 con l’Ulivo di Prodi, 2001-2006 con Berlusconi e Fini), necessita di pochi ed obbligati interventi di adeguamento dopo l’ultimo censimento e per il voto degli italiani all’estero. Pur non essendo forse il miglior sistema elettorale possibile, consente ai cittadini di guardare in faccia i candidati, di pesarli, di sceglierli e di votarli, garantendo alle minoranze che superano il 4% il diritto di tribuna.

Ma il PD, pur di non contraddire Berlusconi con il rischio di far cadere il governo e di prendere qualche manrovescio da parte di Giorgio Napolitano, sta fermo, impietrito, nonostante i risultati elettorali del 26 e 27 maggio gli consiglierebbero scelte chiare e nette ridando la parola agli elettori se, come è del tutto evidente, non c’è in Parlamento una maggioranza alternativa politicamente credibile. Sempre meglio che il pantano attuale.

 

Il Movimento 139 vuole giocare la partita, per diventare collante di culture diverse nel segno di un riformismo vero, europeo, che rifugge dai patti contro natura, per assegnare ai cittadini la centralità nella scelta dei suoi rappresentanti nelle istituzioni, per promuovere una riforma radicale della disciplina dei partiti politici perché siano segno di democrazia partecipata e responsabile, per una totale trasparenza nella gestione della cosa pubblica.

Un miraggio? No, una sfida intrigante non più rinviabile.

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